#inordinesparso
Il chiosco del parco è chiuso, la signora che lo gestisce si è rotta le palle, apre poco e quando decide lei.
Fa caldo, 25 gradi a pranzo, per un 19 aprile che sembra giugno. I bambini giocano e il loro vociare allegro è in lontananza.
C’è una festicciola di un amichetto di classe di mia figlia, la lascio giocare supervisionata da altri genitori e vado in cerca di un bar.
In realtà un piccolo rinfresco c’è, ma non ho molta voglia di socialità: con i genitori magari condividi anche molto, ma non sono mai davvero amici o meglio non sono quelli con cui puoi essere te stesso.
Si perchè c’è il gruppo del cinema (maestranze), i giornalisti e gli addetti stampa, gli aziendali con il loro linguaggio da stronzi e la convinzione che siano solo loro a lavorare e che non esista altro oltre le multinazionali e pochi di quelli come me working class duri e puri, i simili stanno con i simili.
Entro in questo bar con le strigliature anni 70, bellissimo, bancone in acciaio e barista scazzato in odore di attaccare un mina disumana e come sopra non avevo voglia di parlare, orso dentro e fuori.
Ma non ce la fa: sono l’unico avventore in questo pomeriggio torrido di aprile e mi dice che sta per chiudere l’attività, che si è stancato e tutti i suoi guai, salvo poi scusarsi, ma gli ispiravo confidenze.
Dopo un paio di battute di circostanza, lo saluto e camminando passo davanti all’hospice dove mio padre trascorse gli ultimi giorni di vita.
Anche noi avevamo un bar, dove sono cresciuto e poi me ne sono andato per ritornare alla fine quando sia il bar che mio padre erano agli ultimi giri di valzer.
Ho perso entrambi e di entrambi ho dovuto saldare i conti che avevano lasciato aperti.
Torno al parco con un senso di amaro in bocca che non si toglie.
La seconda settimana di Maggio inizierò un nuovo lavoro, con tanto di certificazione che ai pezzi di carta ci ho sempre tenuto e dopo la laurea anni fa, mi sono preso da poco un diploma professionale da cuoco.
I traumi non devono condizionare chi sei, a meno che tu non li usi come scusa per non crescere.
Fino a quando le persone non capiranno che la sfida è solo con sé stessi saranno sempre preda di paragoni e FOMO.
A me interessa in primis la serenità delle mie figlie e crescere interiormente, poi socializzo il giusto, ma chi si prende un minuto per parlare con me rimane stupito perché non mi ha sentito arrivare, e questo è sempre molto divertente.