#inordinesparso
Sotto i portici angolo via Machiavelli questa mattina un tipo era disteso a terra, si era bevuto pure l’acqua santa, la testa spaccata e una puzza che insieme a quella di piscio di tutti i giorni, quella che dai crocicchi sale prepotente e con il caldo aumenta di intensità, sembrava l’ingresso dell’Ade.
Sto per vomitare, attraverso la strada distratto e un cinese ben vestito alla guida di una macchina che sembrava il Millennium Falcon mi fa il classico gesto con la mano, quello per cui all’estero ci prendono per il culo e in cino-romano mi grida: “Ma dove cazzo vai!”.
Incrocio Saiful il proprietario della lavanderia con cui collaboro per la casa vacanze e come tutte le volte che mi vede:
“Luca tu ricco!” Ed io come tutte le volte di rimando “Ma li mortacci tua Saiful c’hai 3 lavanderie in zona e du palazzine in Bangladesh, e so io quello ricco”! e ci prendiamo il caffè.
Controllo se è tutto ok nell’appartamento, vado a comprare delle cose al supermarket cinese di Celeste con cui scambio volentieri due chiacchere fino a quando alle spalle non mi compare il marito che sembra il cattivo asiatico dei film di Van Damme.
Aspetto il cliente e nell’androne incrocio il mio vicino di casa, regista di film impegnati che parla come Ruggero di “Un sacco bello” e mi chiede di dire ai miei ospiti di non bussare alla parete che è un gesto violento, alla fine che fa di male se guarda la Tv a volume altissimo dopo mezzanotte?
Pranzo da Mimmo, io in realtà non mangio, mi ingozzo, devo esplodere per sopire i mostri che ho dentro e non sentire più quel magone. Un amico di infanzia che lavora in Pescheria mi raggiunge per il caffè e ne prepara una, fumiamo mentre parliamo del perché non si vedano più i booster in giro, discorsi profondi.
Piove, ogni minuto di più, rifletto sulla forza che ci vuole per fare le cose da soli, con una responsabilità e un macigno nello stomaco, gente che ammiro.
Una ragazza Sinta attraversa la strada con i capelli bagnati, imbocca l’entrata della metro, gli sceriffi social che vanno di moda adesso mi danno un senso di nausea.
Finalmente con Nanni, la porto in gelateria, il proprietario è uno di quei romani belli, tutto nervi, sguardo sveglio, parliamo un sacco e mi dice che ha la figlia celiaca come la mia, è per lei che ha aperto quel posto.
Faccio per pagare ma lui offre il gelato a me e a Marianna, mi irrigidisco, non mi abituo mai ai gesti gentili, insisto per pagare e lui “A Marià porta tu padre a casa che sta cotto!”
Stringimi le mani, non è niente che la guerra passerà.